I nostri racconti

Storia di Gabriel

di Alessandro Brontolone  

Nel lontano 1940, in un’isola della Grecia orientale, c’era un villaggio dove vivevano famiglie  molto allargate, in particolare quella di Gabriel.  

Gabriel aveva otto fratelli e sorelle, di cui due erano acquisiti, il padre era un agricoltore e la madre  lavorava in casa e si prendeva cura dei figli. Gabriel, invece, lavorava col padre e a prendeva le sue  conoscenze. Quando tornavano a casa per la cena cucinavano il raccolto e qualche volta anche carne  cacciata e venduta ai mercati, ma solo raramente.  

La sua vita fu molto monotona fino a 19 anni: il suo diciannovesimo compleanno lo passò fuori città  grazie ai denari messi da parte negli ultimi anni. Il compleanno procedeva bene, fino a quando delle  truppe nemiche arrivarono nel palazzo che lui e i suoi amici avevano affittato per una notte.  Gabriel al risveglio non si ricordò nulla di quello che era successo perché lo avevano picchiato e  aveva perso i sensi: intorno a lui c’erano mura rovinate e bagnate di umidità e sbarre in ferro, ma  nessuno dei suoi amici, solo guardie con dei fucili d’assalto in mano.  

Lui chiese perché fosse lì, ma nessuno gli rispose; la seconda volta richiese, ma la guardia si girò e  gli puntò il fucile in testa, ma si fermò perché il suo superiore non voleva morti.  Una settimana dopo lo trasferirono in un carcere: non fu facile, e ancora non aveva capito il perché.  Passò la maggior parte della sua vita in carcere, ma per sua fortuna gli permisero di avere un quaderno  dove scrivere le sue memorie, i suoi pensieri.  

Gabriel passò 40 anni in carcere, e solo il giorno prima della sua liberazione finì il diario.  Un anno dopo fece avere le sue memorie alla stampa per far sapere alle persone la sofferenza che  aveva provato per quarant’anni. Una settimana dopo la pubblicazione ci fu una rivolta contro le truppe  nemiche che ancora occupavano la sua terra. 

Gabriel, con la sua sofferenza trasformata in coraggio, andò e parlò con il megafono direttamente alle  truppe e all’anima delle persone, ma all’anima dei nemici parlò l’odio e la polvere da sparo che  avrebbero sparato contro di lui, perché dopo le sue parole un cecchino gli sparò dritto al collo e così,  con il collo insanguinato e la mente annebbiata dal dolore fisico e mentale morì. 

Ma non morì per le persone che aveva fatto commuovere né per quelle che aveva fatto riflettere.

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