I nostri racconti · Parole

Una gita a Venezia

Il 15 ottobre io e un gruppo di ragazzi di altre classi siamo partiti per Venezia, accompagnati da Stefania De Fazio e da alcuni genitori. 

Abbiamo preso il treno per Venezia, nei pressi dell’arrivo ho notato che molte persone a bordo parlavano in dialetto veneto. Usciti dalla stazione ero molto emozionato perché era la mia prima volta a Venezia. Durante il cammino mi sono guardato attorno: ovviamente mi ha colpito vedere una città sull’acqua ma anche il fatto che l’acqua, purtroppo, era molto torbida. C’erano molti turisti, ho visto tanti colombi che volavano sopra le nostre teste (i famosi colombi che si vedono spesso nelle cartoline da Venezia) e naturalmente le bellissime gondole

La nostra meta era la Biennale di Venezia. Abbiamo percorso strade molto strette e attraversato moltissimi ponti. Ho notato i particolari delle strutture delle case, dei ponti e delle finestre, le cosidette le piere sbuse dalla particolare forma arabeggiante. Arrivati a destinazione, una guida ci ha mostrato le varie opere d’arte, ci ha parlato del loro significato e di chi le ha realizzate. Successivamente la guida ci ha fatto fare un disegno: con il materiale che avevamo a disposizione dovevamo realizzare un corpo ibrido (tra uomo e animale o tra animali di specie diverse) e con un telefono dovevamo fare uno slow-motion del disegno realizzato. 

Finito il laboratorio ho girato quasi tutta la Biennale. Poi ci siamo diretti in Piazza San Marco dove ognuno di noi ha comprato qualche souvenir di Venezia, io ho comprato un portachiavi, una gondola e una maschera originale.

Ringrazio Stefania De Fazio e #inviaggioconlaDEFA per aver organizzato questo viaggio indimenticabile!

Filippo Dell’Orto, 3A

                                        

I nostri racconti

Storia di Maria

di Laura Vaduva

Maria è una ragazza rumena di 19 anni, alta 1,68, con gli occhi castani, i capelli corti e neri. Maria ha deciso di lasciare tutto e partire per l’Italia per avere un futuro migliore. Una volta arrivata in Italia, Maria va a frequentare un corso d’italiano per poter trovare lavoro. Così, dopo un paio di mesi, trova lavoro come cameriera. 

Ma non è felice perché il capo, un signore di 45 anni alto 1,80, è molto duro con lei e la tratta male,  molto male, perché lei è rumena. 

Ci sono anche cose belle, però, per esempio i suoi colleghi, che al contrario si comportano molto bene con lei, le mostrano affetto. E poi c’è Giulia, soprattutto Giulia: una ragazza di origine albanese, alta  1,60, con i capelli biondi e gli occhi castani. 

Così Maria e Giulia vanno a vivere insieme, condividono la casa, e si sentono meno sole. Dopo un paio di anni di fatica e risparmi finalmente Maria e Giulia possono aprire il loro ristorante:  un ristorante tutto loro, che diventa presto il più popolare ristorante di piatti tradizionali rumeni e  albanesi. 

Il futuro è cambiato.

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Storia di Gabriel

di Alessandro Brontolone  

Nel lontano 1940, in un’isola della Grecia orientale, c’era un villaggio dove vivevano famiglie  molto allargate, in particolare quella di Gabriel.  

Gabriel aveva otto fratelli e sorelle, di cui due erano acquisiti, il padre era un agricoltore e la madre  lavorava in casa e si prendeva cura dei figli. Gabriel, invece, lavorava col padre e a prendeva le sue  conoscenze. Quando tornavano a casa per la cena cucinavano il raccolto e qualche volta anche carne  cacciata e venduta ai mercati, ma solo raramente.  

La sua vita fu molto monotona fino a 19 anni: il suo diciannovesimo compleanno lo passò fuori città  grazie ai denari messi da parte negli ultimi anni. Il compleanno procedeva bene, fino a quando delle  truppe nemiche arrivarono nel palazzo che lui e i suoi amici avevano affittato per una notte.  Gabriel al risveglio non si ricordò nulla di quello che era successo perché lo avevano picchiato e  aveva perso i sensi: intorno a lui c’erano mura rovinate e bagnate di umidità e sbarre in ferro, ma  nessuno dei suoi amici, solo guardie con dei fucili d’assalto in mano.  

Lui chiese perché fosse lì, ma nessuno gli rispose; la seconda volta richiese, ma la guardia si girò e  gli puntò il fucile in testa, ma si fermò perché il suo superiore non voleva morti.  Una settimana dopo lo trasferirono in un carcere: non fu facile, e ancora non aveva capito il perché.  Passò la maggior parte della sua vita in carcere, ma per sua fortuna gli permisero di avere un quaderno  dove scrivere le sue memorie, i suoi pensieri.  

Gabriel passò 40 anni in carcere, e solo il giorno prima della sua liberazione finì il diario.  Un anno dopo fece avere le sue memorie alla stampa per far sapere alle persone la sofferenza che  aveva provato per quarant’anni. Una settimana dopo la pubblicazione ci fu una rivolta contro le truppe  nemiche che ancora occupavano la sua terra. 

Gabriel, con la sua sofferenza trasformata in coraggio, andò e parlò con il megafono direttamente alle  truppe e all’anima delle persone, ma all’anima dei nemici parlò l’odio e la polvere da sparo che  avrebbero sparato contro di lui, perché dopo le sue parole un cecchino gli sparò dritto al collo e così,  con il collo insanguinato e la mente annebbiata dal dolore fisico e mentale morì. 

Ma non morì per le persone che aveva fatto commuovere né per quelle che aveva fatto riflettere.

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Storia di Jack

di Viktor Paolicelli

C’era una volta un bambino che passava la maggior parte del suo tempo in una vecchia casa  abbandonata con i suoi tre amici. Viveva in un brutto periodo di crisi, durante la rivoluzione  industriale. Viveva in una città scozzese, dove suo padre faceva lo spazzacamino fin da bambino, e a  volte gli raccontava di come doveva infilarsi nei camini per pulirli, e di come un giorno un uomo  aveva acceso il camino per farlo lavorare più in fretta. 

Questo ragazzo si chiamava Jack. Era molto povero, era molto magro, indossava sempre gli stessi  vestiti: una maglietta marrone, dei jeans blu e bucati, e spesso indossava un cappello marrone trovato  per strada. Aveva gli occhi azzurri e i capelli castani. 
Spesso andava in campagna dai nonni del suo amico Wiliam, dove andavano in una casa abbandonata  con altri due amici di campagna, Robert e Jonny. 

Ma quel giorno trovarono dentro un uomo vestito di nero, con dei guanti neri, che gli disse: – Venite subito qui dentro! 
Gli mostrò un coltello e gli indicò una cantina, i quattro bambini obbedirono e l’uomo li rinchiuse. – Cosa facciamo Jack? – Chiese Robert. 
– Hey brutto pazzo! Cosa vuoi farci? – Urlò Wiliam. 
– Sto pensando di vendervi come spazzacamini, anche se non mi dispiacerebbe seppellire qualcuno  di voi se non la piantate! – 
– Adesso che si fa ragazzi? – chiese Robert. 
– Mio padre fa lo spazzacamino e mi diceva che a volte le persone accendono i camini per far lavorare  in frettagli spazzacamini! – disse Jack. 
– Ma forse se facciamo del rumore l’uomo verrà qui e lo potremo uccidere con un pezzo di finestra  che spaccheremo. – 
– Mi piace, ma è meglio aspettare domattina, cosi che l’uomo si calmi. – Suggerì Wiliam. – E sia, domani scapperemo!- disse Jonny. 

Arrivò il mattino, e l’uomo urlò: 
– Tra un’ora arriverà una carrozza che vi porterà in città per vendervi! – 
Wiliam ruppe una finestra e Jack ne prese un grosso frammento. 
L’uomo urlò: – Cosa state facendo, mocciosi? –

Salì le scale, aprì la porta bruscolante della soffitta e Jack lo pugnalò al braccio. Jonny gli tirò un  pugno in faccia, Wiliam gli diede un calcio, Jack lo tirò per il petto e lo lanciò via, poi scappò fuori  di casa. L’uomo li inseguì, con un braccio sulla mano sinistra e l’altra che teneva una revolver: – Questa è la vostra fine! – disse. 

Ma si sentì una voce provenire da dietro: 
– No, sarà la tua fine se non getti quella pistola! – 
E sparò un colpo di avvertimento per terra.  

Era il nonno di William! Accompagnato dai genitori dei bambini e dal padre di Jack. L’uomo gettò il revolver e lo accompagnarono in ospedale, dove fu medicato e arrestato. Ben presto si scoprì che su quell’uomo c’era una taglia da tredicimila sterline, che finirono nelle mani  del nonno di Wiliam, ma quando suo nipote gli raccontò che il piano per fuggire era stato pianificato  da Jack, il nonno gli diede le tredicimila sterline, cosi lui e suo padre vissero un lungo periodo di  benessere.

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Io sono EnergyMan

di Andrea Papotti 

Il mio nome è Travis, sono un ragazzo di 19 anni, frequento la Fox Canion e vado in quinta superiore.  Non sono un tipo sportivo: la mia passione è la scienza, lo studio dell’energia, il mio sogno è quello  di trovare una fonte di energia infinita che consenta lo sviluppo dell’uomo senza danneggiare  l’ambiente, per questo mi sono proposto come volontario nei laboratori di Energy for Future. 

La mia vi può sembrare da questa descrizione una vita senza avventura, ma alcuni mesi fa mi è  successa una cosa straordinaria che vi voglio raccontare. 

Il 20 gennaio sembrava un giorno come gli altri, anche se in laboratorio erano tutti eccitati per la fase  finale di un importante esperimento che doveva imprigionare l’energia di un’esplosione al plasma e  renderla infinita.  

Molti scienziati e ricercatori verificavano ogni passaggio dell’esperimento mentre io rimanevo in  disparte, ero solo uno spettatore fortunato di quella che poteva essere la più grande scoperta mai fatta. Ricordo solo che improvvisamente ho sentito un rumore di vetri rotti, tutto intorno a me ha iniziato a  tremare, una luce abbagliante mi ha accecato e sono svenuto. 

Quando ho riaperto gli occhi, dopo alcuni giorni, ero in un letto di ospedale, ma non sentivo dolore e  non capivo cosa stesse succedendo.  

La prima persona che ho visto è stata la mia fidanzata Addison: appena si è accorta che ero sveglio  mi ha abbracciato e subito dopo mi ha raccontato che tutto era stato distrutto da una grande esplosione  ma, incredibilmente, io mi ero salvato senza ferite né ossa rotte. Non potevo credere che tutto quel  grande lavoro fosse andato distrutto e che tante persone avessero perso la vita.  

Dopo la grande esplosione anche il mio sogno di trovare un’energia infinita era diventato difficile da  realizzare perché tutti gli esperimenti erano stati bloccati e avevo paura di doverci rinunciare per  sempre. Fortunatamente stavo bene e avevo vicino Addison che con il suo sorriso dolce era sempre  capace di farmi stare bene. 

Le settimane seguenti erano state difficili, i giornalisti volevano intervistarmi e tutti si chiedevano  come fossi riuscito a sopravvivere senza un graffio. Io non avevo risposte e mi nascondevo tra scuola  e casa. Il giorno di San Valentino però volevo fare un regalo speciale a Addison e avevo prenotato  un tavolo per noi nel suo ristorante preferito. 

Era stata una cena davvero speciale e stavamo rientrando verso la mia macchina, quando davanti a  noi si fermò un uomo alto con il volto nascosto e uno sguardo malvagio. 

“Dove pensate di andare?” disse con voce decisa “da qui non si passa senza pagare!”. Avevamo capito che non era un parcheggiatore, ma piuttosto un ladro. Addison stava tremando di  paura e io ho risposto spaventato: “Ti diamo quello che abbiamo… ma lasciaci andare via…”. Ma non voleva solo i nostri soldi e il suo sguardo era minaccioso, aveva in mano un grosso coltello  e improvvisamente si è gettato verso di noi cercando di ferirci.  

Non sono mai stato un ragazzo molto forte, ma in quel momento volevo difendere me e Addison e  ho allungato un braccio per colpire quell’uomo. Sembrava una mossa disperata ma ho visto il mio  pugno toccare il suo viso e lui volare lontano come se fosse stato colpito da Capitan America.  Sembrava che un’energia potentissima fosse nelle mie mani, e capace di liberarsi in un tocco.  

Questo è l’inizio della mia storia straordinaria, dopo quella notte io e Addison abbiamo cercato di  capire quello che era successo e, nascosti nel mio garage, abbiamo iniziato a fare nuovi esperimenti. Con l’esplosione del laboratorio è come se il mio corpo avesse assorbito l’energia e ora fosse capace  di scaricarla attraverso le mani. Ora devo solo capire come usare al meglio questo dono per realizzare  il mio sogno e nel frattempo ho trovato una nuova missione: voglio usare la mia forza per difendere  chi è in difficoltà proprio come un supereroe.  

Chiamatemi EnergyMan.

I nostri racconti

Monday nella valle perduta

di Pietro Fedeli 

Monday era un ragazzo tranquillo che viveva nella bottega di suo nonno con Charles, un orso.  Un giorno Monday decise di portare Charles nella regione vicina, La Valle Perduta, dove si trovava  una grande città affacciata su un lago, famoso per la pesca, che era il cibo principale per il popolo  della città.  

Prima di partire Monday mise la sua spada nella fodera e mise il suo scudo a tracolla, facendo molta  attenzione. Poi si mise in groppa a Charles e partì.  
Lungo la strada, verso l’orario di cena, si fermarono presso una locanda con disegnato sull’insegna  un puledro alato, sulle finestre si potevano notare delle tendine a quadri bianchi e rossi e dal portone  si udivano delle gran risate.  

Monday salutò Charles ed entrò. Appena entrato, l’oste gli chiese: “Sei solo?” e Monday “Sì! Ma ho  un orso affamato fuori che aspetta di essere servito!” 
Allora l’oste gli indicò un tavolo, e andò subito a preparare un bel cinghiale arrosto per Charles.  Quando uscì dalla cucina, l’oste andò subito fuori a portare il cibo a Charles, e poi entrando chiese:  “Allora ragazzo cosa ti porto!?”. 
“Uno stinco di maiale arrosto e una birra, per favore!” rispose Monday.  

L’oste era un uomo grosso ma con un gran sorriso e un paio di baffi folti castano scuro, aveva un  grembiule a quadri bianchi e rossi come le tendine e aveva delle mani tozze come quelle di un  taglialegna. Mentre Monday si scervellava per capire come mai l’oste non avesse avuto timore di dare  il cibo a Charles, gli venne servito un boccale di peltro pieno fino all’orlo di birra e lo stinco caldo  con un’aggiunta di patate arrosto e rosmarino.  

Dopo la grandissima mangiata Monday pagò e uscì da Charles che stava finendo di mangiare.  Appena ebbe finito, si distesero in un grande prato verde e si addormentarono.  Il mattino seguente si misero in cammino e verso l’ora di pranzo arrivarono alla città della Valle  Perduta. Al posto di una calda accoglienza, si trovarono circondati da guardie reali e vennero  accompagnati al castello.

Nel castello il re della città della Valle Perduta disse a Monday:  “Da dove vieni? Perché se qui? Vuoi rubare le nostre scorte?” 
“Io vengo dalla regione vicina per visitare la città e magari andare a pescare col mio orso, ma non ho  nessuna intenzione di rubare il vostro cibo!” 
“Non ci sono più pesci, un uomo che probabilmente è uno spirito maligno li sta uccidendo tutti…  Vedo che tu hai una spada, potresti aiutarci a fermarlo? Noi non abbiamo più cibo!” 
“Va bene, vi aiuterò, ma in cambio voglio tutto ciò che mi occorre per aprire un’altra bottega anche  in questa città…” 
“Affare fatto!”  

Dopo lunghi dialoghi e preparativi, l’esercito e Monday si posizionarono intorno al lago e salirono  su 13 navi, e su ognuna salirono i soldati: sulla nave di Monday c’erano Charles e sei uomini, mentre nelle altre navi erano a bordo tredici uomini. 

Passò una bella oretta e lo spirito non si faceva vedere, ad un certo punto in mezzo al lago l’acqua si  fece più nera e poi tornò normale, calò un silenzio tombale e, dopo qualche secondo, uscì lo spirito  che era veramente gigante e con un braccio distrusse una nave e si inabissò di nuovo, ma poi uscì nuovamente, ben più veloce di prima, e distrusse un’altra nave… si avvicinò ad un’altra e la  distrusse… poi un’altra ed altre ancora… 

Era così veloce che i soldati non facevano in tempo a girarsi che finivano sott’acqua.  Era rimasta solo quella di Monday.  

I soldati sapevano che sarebbero morti e, quando emerse nuovamente lo spirito, avevano così paura  che avrebbero voluto buttarsi in acqua, ma non lo fecero, anzi presero gli archi, puntarono al cuore  del mostro e lanciarono, ma le frecce non arrivarono a destinazione e lo spirito distrusse un pezzo  della nave uccidendo i soldati e Charles.  

Allora Monday stremato e inferocito attirò l’attenzione dello spirito che stava andando verso la città.  Il grande spirito prese Monday e gli tirò un braccio staccandoglielo, Monday urlò e adirato si  scaraventò nell’enorme bocca dello spirito e, arrivato nella gola, infilzò la sua spada più e più volte  finche lo spirito non cadde addolorato nel profondo del lago. 

Così Monday non poté ricevere il bottino, ma la parte promessagli venne utilizzata per costruire  una grande statua in onore di quel ragazzo che con il suo sacrificio aveva salvato la città.

I nostri racconti

Il grande drago

di Simone Zambiasi

All’inizio dei tempi, in una foresta incantata, viveva una civiltà di gnomi.
Gli gnomi adoravano lavare i loro cappelli a punta e abbracciare i propri amici con i loro piccoli corpicini alti non più di una spanna, dai dieci ai quindici cm.
Un giorno nella foresta arrivò un grande drago che inceneriva ogni cosa che incontrava. Il drago era grande come cinque uomini, e non serve nemmeno dire che mise a ferro e fuoco il piccolo paesino. Il drago odiava tutto e, dopo aver incenerito la contea gnomica, calpestò una famigliola di gnomi. Solo l’eroe di guerra Gnomon Minuton riuscì a salvarsi da quel colossale (eemmh…) piede. Da quel momento gli gnomi giurarono vendetta contro quel drago. Lo seguirono in lungo e in largo, lo ferirono in ogni modo possibile, ma l’unica cosa che ottenevano erano perdite e ancora perdite; gli gnomi stavano perdendo la pazienza, e magari anche la sensibilità morale.

Passarono anni, secoli e millenni, quando, trovata la tana del drago, incominciarono la battaglia definitiva. Poiché la loro popolazione era stata decimata tante volte, si portarono in aiuto i folletti, che da acerrimi nemici del passato si trasformarono in alleati: creature anch’esse minute, ma dalla pelle verde, amanti degli scherzi e delle trappole.

‘‘Siete tutti pronti?’’ chiese Gnomon Minuton.
‘‘Sì, lo siamo!’’ urlarono gli eserciti.
‘‘Quando dirò ALL’ATTACCOOO voi andate all’attacco, ok?’’
‘‘Ok’’
‘‘ALL’ATTACCOOO!!!’’

Dopo di che partirono, per l’appunto, all’attacco.

I folletti avevano riempito il campo di battaglia di trappole anti-minuti per essere avvantaggiati: come trappole anti-uomo, ma per gli gnomi, solo che adesso gli gnomi erano loro alleati, e le trappole erano state adattate per funzionare contro il drago… e, in un modo del tutto inaspettato, funzionarono! Non si sa il motivo ma funzionarono e bloccarono il drago, svenuto dalle risate causate da quelle trappole che gli facevano il solletico e lo immobilizzavano.

Il drago si svegliò poco prima che Gnomon Minuton lo infilzasse con una spada magica elfica fatta su misura. Il drago si alzò in volo e si buttò nel lago di lava con ancora Gnomon su di lui. Non si seppe più nulla di nessuno dei due.

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Leonard, figlio di Zeus

di Tommaso Balbiani 

Nel lontano 168 d.C. sull’Olimpo si sentì risuonare una voce.
Al sorger del sole Zeus, che era molto serio, alto, forte e soprattutto il padre di tutti gli dei, chiamò suo figlio.

Suo figlio Leonard aveva quasi quindici anni, era alto circa un metro e settantacinque, era sempre cupo e attento a fare bene ogni cosa, poco sorridente e molto muscoloso.
Leonard era un semidio, perché era figlio di Zeus e di una donna terrestre di cui Zeus si era innamorato; viveva sull’Olimpo, insieme al padre in una grande reggia.
Leonard aveva un solo nemico, esso si chiamava Jordan, anche lui era muscoloso ma più allegro e spiritoso: amava soprattutto scherzare sulla fine da far fare a Leonard.

Zeus aveva chiamato Leonard per dirgli di andare a catturare Jordan: Zeus voleva catturarlo perché era un nemico dell’Olimpo.
Leonard durante il viaggio continuava a pensare: “E se dovessi morire? Ma no, sono immortale. O almeno spero!”.

Quando arrivò sulla terra Leonard non trovò Jordan ma un esercito a difenderlo. Leonard tirò fuori i suoi pugnali elettrificati ed essendo il figlio di Zeus era molto forte e quasi invincibile, quindi sconfisse tutto l’esercito.
Dopo un po’ arrivò alla stanza del nemico e l’attaccò alle spalle… Jordan lo sentì, si spostò e si girò; da quel momento fu guerra aperta.

Durante il combattimento Leonard usò i suoi pugnali. Fece molti affondi, schivati dal nemico, e Jordan a sua volta tirò dei fendenti alle sue spalle, ma lui parò i colpi con il suo scudo. La lotta durò circa un’ora e finì con la vittoria di Leonard, quando lui, alla fine, diede un forte pugno al nemico e lo stordì.

Jordan fu portato al cospetto di Zeus e poi portato nelle celle, a Leonard furono tributati tutti gli onori. Più di tutti, fu Zeus a festeggiarlo: Zeus, suo padre, sempre così severo con lui. Sull’Olimpo si festeggiò a lungo: sia per la vittoria, sia per il primo sorriso di Leonard, finalmente felice.
Quel sorriso era nato perché Leonard aveva raggiunto due obiettivi, prendere Jordan e rendere orgoglioso il padre.

A Leonard faceva molto piacere che suo padre, il capo degli dei, lo considerasse forte e valoroso.

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La famiglia e la bambina

di Camilla Flores

C’era una volta una famiglia che aveva una casa che a mala pena reggeva. La famiglia era  composta dalla mamma, che si chiamava Beatrice, il papà Edoardo, la figlia Chiara, la nonna  Eleonora, il nonno Marcello. La loro colazione era un frutto perché quello che avevano coltivato nel  piccolo orto era tutto ciò che potevano permettersi. Il loro pranzo e la loro cena era una zuppa di  verdure. Per ogni compleanno della bambina le regalavano una bambola che costava poco, e la  bambina era felicissima.  

Un giorno, mentre stavano camminando per strada, videro una strega che stava trasformando una  bambina molto ricca in un rospo perché si era comportata male e allora subito aiutarono la bambina. La strega fuggì e la bambina non divenne rospo. 

La bambina grata, disse loro: “Grazie per avermi salvato, cosa posso fare per voi?”.  Loro esclamarono: “Niente!” 
“No! Io voglio darvi qualcosa!” disse la bambina “Voi mi avete salvato!”.  “Ma non vogliamo niente in cambio!”  
La bambina fu irremovibile: “Vedo che non avete tanti soldi! Vi voglio regalare una grande casa con  uno spazio dove coltivare frutta e verdura, e anche una piscina, poi vi voglio dare soldi per comprare  vestiti e ciò che serve, un lavoro, e vi pagherò per un anno la scuola di Chiara, così che possa  studiare!” 
La famiglia molto felice disse: “Grazie”.  

Così andarono ad abitare nella villa, Chiara studiando diventò sempre più intelligente e la famiglia  intera benestante.  Grazie a quella bambina tutti in quella famiglia vissero felici e contenti per tutta la vita.  La cosa più importante è aiutare le persone che hanno bisogno di aiuto, perché dopo saranno felici  sia loro sia chi li ha aiutati, per quello che hanno fatto ad un’altra persona.

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Il segreto di mio nonno

di Tobia Vizzini

Mi presento: sono Angelo, solo di nome però.
Di media altezza, un po’ timido ma simpatico.  Un anno fa sono dovuto andare a casa di mio nonno, un edificio in mezzo al nulla, insieme a mia  sorella perché ci ha portato nostra madre. 

Mio nonno era morto due anni prima, e la nonna tre, quindi la casa era vuota e tra l’altro molto grande.  Aveva due piani e anche una mansarda, impossibile da raggiungere perché mancavano le scale.  Avevo un po’ di timore a dormire in quella grande casa deserta, ma tuttavia la notte passò tranquilla. La mattina, appena sveglio, sentii un rumore misterioso vicino a una botola, ben mimetizzata e  nascosta, e ci entrai: scoprii una scalinata che portava alla mansarda, ci andai molto lentamente… a  un tratto sentii cadere qualcosa e vidi un’ombra.

In mansarda trovai tutti i segreti di mio  nonno, sembravano molto interessanti, ma uno mi incuriosiva più di tutti: un libro, si intitolava Il  mondo nascosto.  Lo stavo per aprire quando sentii arrivare qualcosa… Mi girai ma non vidi niente, allora mi rigirai per  aprire il libro, ma sopra ci vidi un folletto magico, che mi disse subito di non aprire quel libro perché  se no i troll cattivi avrebbero scoperto dove fosse il libro. 

Il folletto era rosa e piccoletto, e mi disse di essere l’aiutante di mio nonno: raccontò che in quel libro  venivano racchiusi i segreti di altri esseri non conosciuti, che si potevano vedere solo con una specie  di lente che mio nonno aveva creato. Non avrei mai aperto il libro, ma mi cadde e si aprì di botto, proprio in quel momento. I troll da un’altra parte si risvegliarono.  

Fortunatamente nel libro mio nonno aveva raccontato tutto della loro esistenza, e pure come ucciderli. Tra di loro però ce ne era uno, che era il capo, che si poteva trasformare in un qualsiasi animale: a lui  servivano i segreti del libro per poter scatenare la notte eterna e uccidere l’umanità. In quel momento capii che l’unica cosa da fare era proteggere il libro: avevo bisogno di aiuto, andai a  cercare mia sorella al piano di sotto, le raccontai tutto, e lei subito si schierò dalla mia parte. 

Iniziammo costruendo una parete invisibile con un cerchio di sale intorno alla casa, poi dovevamo  recitare la formula magica che li avrebbe tenuti fuori, ma proprio mentre la stavamo recitando i troll arrivarono. Noi fummo più veloci e riuscimmo a completare la formula, ma uno riuscì a entrare lo stesso.  Cercammo di fermarlo, ma il folletto e io ci facemmo sfuggire una pagina molto importante che il  troll riuscì a rubare. 

Quella pagina diceva che di notte la barriera invisibile non agiva, quindi dovevamo difenderci con “le  armi”, bisognava usare uno speciale sugo di pomodoro con un ingrediente magico, di cui mio nonno  aveva molte scorte, però non avevo ancora letto l’ultima pagina che rivelava un segreto importante:  più paura hai più un troll diventa pericoloso. 

Eravamo pronti e armati di catapulte con il sugo, il libro era nascosto molto bene.  I troll arrivarono da tutte le parti, erano tantissimi. 
Il folletto venne presto ferito, e rimase per terra, in un angolo. 
Eravamo riusciti a uccidere tutti i troll, a parte il capo che stava per uccidere mia sorella da dietro: mi  buttai per salvarla, e lui non poté farmi nulla perché in quel momento non avevo paura.  Così, insieme, l’abbiamo sconfitto. 

Il folletto, invece, non ce la fece e morì: fu il momento più triste.