I nostri racconti

Il giardino magico di Sofia

di Antonella Melis

Sofia era una bambina di 7 anni con i capelli ricci, castani, la pelle chiara, la corporatura  fragile e magra, che viveva con la madre in una piccola casa, molto povera, a Parigi, in Francia,  durante l’inizio del 2000.  

La madre era una bellissima donna rimasta vedova due anni prima, lavorava come sarta ma non  riusciva a guadagnare abbastanza per poter mantenere sua figlia.  Preoccupata per il futuro di Sofia, la madre decise di mandarla temporaneamente a vivere con la  nonna, cioè sua madre: Lilia, una donna ricca quanto crudele, molto elegante e sofisticata.  La madre promise a Sofia che sarebbe tornata presto e che l’amava molto.  

Una volta arrivata a casa della nonna, Sofia rimasse meravigliata nel vedere quanto fosse grande la  casa. Lilia spiegò subito alla bambina le regole: non si poteva correre, urlare, toccare gli oggetti  presenti in casa, l’unico luogo in cui aveva il permesso di giocare era il giardino.  Le prime notti furono molto dure: a Sofia mancava la madre, Lilia non si faceva chiamare nonna e  non dimostrava affetto verso la bambina. La protagonista si sentiva molto sola e si annoiava in quella  enorme casa. Un giorno andò a giocare in giardino e, mentre camminava, sentì delle voci, ma non  riusciva a capire a chi appartenessero, fino a quando non notò che le voci provenivano da sopra la sua  testa: due alberi molto alti, pieni di foglie verdi, avevano al centro del tronco delle facce umane.  Sofia urlò spaventata: “Chi siete?” chiese ai due alberi, che risposero: “Io sono Tom e lui è Jack, e  siamo i guardiani di questo giardino”. 

“Non sapevo che gli alberi sapessero parlare” disse Sofia.  
“Non tutti ci riescono, solo i più vecchi e saggi” rispose Jack “Tu come ti chiami? e perché sembri  così triste?” chiese Tom. 
“Non sono triste, ma arrabbiata perché mia madre mi ha lasciata qui da sola e si è dimenticata di me”  rispose Sofia. 
“Non dovresti essere arrabbiata con lei, sono sicuro che anche a lei manchi molto e se ti ha promesso  che sarebbe tornata devi solo avere pazienza e imparare a divertirti in questo meraviglioso posto”  disse Jack.
Sofia rimase a parlare per molto tempo con i due alberi, i quali le svelarono molti nuovi  modi per divertirsi. 

Quella notte Sofia non pianse, ma si mise a pensare a come stava sua madre, sola e al lavoro tutto il  giorno: almeno lei aveva Tom e Jack e non doveva lavorare, inoltre sua madre non le aveva mai  mentito, quindi doveva avere più fiducia e pazienza.  Da quel giorno Sofia trascorse le giornate più serena e felice, fino a quando non arrivò il giorno di  tornare a casa sua con la madre. 

Quel giorno fu indimenticabile, ma quando si allontanò dai suoi amici alberi un’ombra di tristezza  l’attraversò. 

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Il castello nel bosco

di Yasmin Abdou

Un giorno decisi di andare nel bosco e lì trovai un castello.  

Ero impaurita ma tanto curiosa di entrare, così mi feci coraggio ed entrai.  Camminando lungo il corridoio arrivai in una grande stanza piena di gabbie con uccelli o ragazzi.  Alcuni di essi mi gridarono: “Scappa perché la strega malvagia ti trasformerà in un uccello!”.  Rimasi senza parole quando capii che questo castello era abitato da una strega malvagia e cattiva, che  trasformava le persone in uccelli.  

Mi girai per scappare e fui catturata dalla strega che mi mise in una gabbia e mi trasformò in un  uccello. I miei genitori erano preoccupati perché non ero ritornata a casa e allora decisero di andare  a cercarmi nel bosco. Arrivati nel bosco videro un castello ed entrarono. Mi cercarono dappertutto, ma non mi trovarono. Sentirono così in lontananza cinguettare e incuriositi si avvicinarono ad una  porta chiusa e l’aprirono. La stanza era piena di uccelli.  

Riconobbi subito i miei genitori, molto carini e bravi, e iniziai a cinguettare così tanto che si  avvicinarono per accarezzarmi. E mio papà mi prese in mano.  All’improvviso entrò la strega che tentò di trasformare anche i miei genitori in uccelli. Ma la strega  non era più brava di loro… che scapparono velocemente fuori dal castello.  

I miei genitori mi avevano, nonostante tutto, riconosciuto: avevano capito che quell’uccellino che  cinguettava così tanto ero io.  

Nel bosco si vedeva in lontananza un cavallo che portava un principe che stava andando ad aiutare  proprio le persone trasformate in uccelli. Appena il principe vide i miei genitori, chiese loro: “Dove  state andando?”. I miei genitori risposero: “Stiamo fuggendo via dal castello con nostra figlia che è stata trasformata dalla strega malvagia in un uccello!”.  

Il principe, bello, coraggioso e gentile, prese una porzione magica e me la fece bere.  All’improvviso tornai come prima e corsi ad abbracciare i miei genitori.  Ringraziai il principe che andò al castello per trasformare gli uccelli in persone e trasformò la strega  in una rana che gracidava e saltava dappertutto nel castello.

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Una giornata di pioggia

di Rita Capuano

Era una giornata di pioggia, Elena era in macchina con la mamma.

Aveva appena finito una lezione di ginnastica ritmica e stavano tornando a casa. Si vedevano e sentivano tuoni, lampi, nubi e tanta pioggia ghiacciata. Erano quasi a casa, ma all’improvviso un fulmine colpì la loro macchina. Si ritrovarono in una giungla misteriosa; non sapevano cosa fare né come ritornare a casa. Dopo un po’ apparve un leone, il capo della giungla. Disse loro che avrebbero dovuto superare cinque prove molto difficili per loro, per arrivare a un baule, poi bisognava infilarsi al suo interno così da tornare a casa.

La prima prova consisteva nel seguire le scimmie su delle liane senza cadere. Questa prova era per la mamma, che soffriva di vertigini… Se fossero cadute, avrebbero dovuto sostenere altre cinque prove impossibili da superare. Non senza difficoltà le due superarono la prima prova.

La seconda consisteva nel salire su degli elefanti e non cadere, dato che si muovevano tanto. Questa era per Elena, che odiava gli elefanti. Elena stava per cadere, ma riuscì a tirarsi su prima di sparire nel terreno umidiccio.

La terza prova, invece, consisteva nel passare nella gabbia delle tigri senza svegliarle, o sarebbero stati guai molto grossi. Questa prova era perché al fratello di Elena piacevano molto le tigri e questa cosa avrebbe fatto pensare loro a tutti i bei momenti che avevano trascorso insieme. Per madre e figlia fu uno spasso!

Ma erano arrivate le prove più difficili. La quarta e la quinta consistevano nell’attraversare un ponte che sarebbe potuto crollare da un momento all’altro. Poi dovevano prendere una chiave sotto la zampa del rinoceronte e infine trovare e raggiungere, attraverso un percorso in cima agli alberi, un baule.

Superarono tutte le prove, però del baule non c’era alcuna traccia.

Scese la notte: Elena e la mamma, stanchissime, riposarono su una palma e il giorno dopo, ottimiste e cariche di energia, si rimisero in cerca del baule, decise a non arrendersi.
Dopo almeno tre ore lo trovarono. Gli girarono intorno, lo osservarono, ma non si fidavano tanto. Ma stare ferme a guardarlo non aveva senso e non le avrebbe riportate a casa, quindi si fecero coraggio con uno sguardo d’intesa e si chiusero dentro il baule. In un istante si ritrovarono di nuovo a casa, nelle calorose braccia del papà, che era molto preoccupato dato che non erano più tornate da giorni.

Elena e la mamma non raccontarono nulla: decisero che quell’avventura sarebbe stata per sempre il loro segreto.

I nostri racconti · Parole

L’unione fa la forza

di Ahmed El Sahly

C’erano una volta tre ragazzini: Luigi, Paolo e Franco.  
I tre erano amici d’infanzia, ma crescendo prendevano sempre di più le distanze uno dall’altro.  Fino a quando non avvenne qualcosa che li fece rincontrare. 

Un giorno, dal nulla, il papà di Paolo venne a mancare, i due amici quando lo scoprirono andarono a  casa sua per consolarlo, e Paolo, parlando, raccontò tra le lacrime uno dei desideri del padre: il  desiderio era che suo figlio diventasse qualcuno d’importante. Così il piano dei tre consisteva nel  diventare tre re.  

Perciò decisero di trasferirsi in una città della Spagna e renderla una città autonoma, per poi governare  e… ci riuscirono! E diventarono ricchi e re.  Dopo qualche anno, però, ci fu una decisione da prendere, perché stavano per essere messi sotto  attacco dagli americani e dovevano decidere se affrontarli o fuggire. Dopo molte discussioni non  c’era più tempo per decidere, gli americani erano lì, avevano solo un’ultima decisione da prendere: combattere o morire.

Decisero di lottare per quella piccola città che possedevano.  Alla fine vinsero la guerra con onore, ma non tutti festeggiavano, o meglio festeggiavano tutti tranne  Paolo. Quello che accadde dopo fu solo un misto di litigi, insulti e discussioni accese, fino a quando  quell’uomo coraggioso, gentile, grande, forte e robusto non ce la fece più e disse tutta la verità: “Io vi ho sempre odiati ed è per questo che vi ho traditi con gli americani, era tutto organizzato!”  Dopo questa affermazione i due rimasero scioccati, e Franco rispose: “Ma noi…”  “Lascia perdere!”  

Dopo pochi minuti di silenzio, Paolo ne uscì dicendo: “Avete ragione… è solo che io in quel periodo  mi sentivo dimenticato, mio padre era l’unico che mi stava vicino, e poi… Luigi lo interruppe e disse solo: “Abbiamo capito”.  

Seguì un lungo minuto di pianto.  
Dopo di che si misero d’accordo per “accudire” bene il loro paese, insieme, e da lì vissero felici e  contenti. 

Gli amici conoscono il perdono.

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Morte nel vulcano

di Gulia Rancilio

Quel giorno, come tutte le mattine, Jalal si svegliò, il vento proveniente dal mare gli accarezzava i corti capelli biondi e il rumore delle onde che si schiantavano tra gli scogli risuonava nelle sue orecchie.
Vide sulla spiaggia una tartaruga che come le altre cercava di entrare in acqua per poi dileguarsi tra i mari e gli oceani, un’onda più forte delle altre la porto via con sé.

Jalal tornò nella capanna quando sentì un forte rumore, come un’eruzione vulcanica o peggio. Per scoprire quanto accaduto si arrampicò su una palma: erano sbarcati sull’isola una quarantina di uomini armati di sciabole e pugnali. Scorse sei schiavi pieni di ferite sanguinanti, poi una fanciulla dai capelli castani, gli occhi verde smeraldo, ricoperta da vistosi gioielli. Questa camminava per la spiaggia davanti ai quaranta uomini e d’un tratto scorse Jalal ma fece finta di nulla. Gli uomini si diressero verso il vulcano situato al centro dell’isola, quando scovarono Jalal nascosto tra i cespugli. Lo legarono con una fune e uno di loro lo portò alla nave principale, dove vide la bellissima fanciulla dai capelli lunghi e mossi come le onde del mare.

Per un momento Jalal svenne per la paura, si ritrovò in una cella buia e fredda con solo un po’ di sabbia per terra e delle gocce di sangue ormai asciutte. Dopo due giorni e due notti, che al povero Jalal sembrarono una eternità, comparve la fanciulla che di nascosto forzò la catena della cella per liberarlo. Gli prese il braccio e senza parlare lo trascinò fuori. Incominciarono a correre finché arrivarono di fronte a una porta tutta dorata: la fanciulla la aprì e dentro c’erano due uomini: uno era sdraiato, mentre l’altro guardava con un binocolo fuori dalla finestrella di legno. La stanza aveva un tappeto rosso e blu con ricamate sopra le lettere S e R.

L’uomo sdraiato si alzò di scatto e scrutò Jalal. Incominciò a parlargli: “Sono Sunas” disse l’uomo. Dopo qualche minuto la fanciulla prese per un braccio Sunas e se ne andarono; quando si chiuse la porta dietro di loro, lasciando Jalal da solo con l’altro uomo, costui si girò e gli disse: “Aspettavamo il tuo arrivo da quando Rain si è accorta di te.” Detto questo Rain e Sunas rientrarono con una borsa nera, la fanciulla la lasciò e portò via con sé Jalal.
Mentre correvano per il corridoio della nave si sentirono delle voci, Rain e Jalal si nascosero dietro tre casse di legno. Dopo qualche secondo il capitano era davanti alle casse quando… a Jalal venne da starnutire, facendoli scoprire.

Nessuno sapeva che fine avrebbero fatto. Il capitano prese dei pezzi di stoffa da una delle casse poi le mise sopra gli occhi di Jalal e Rain. Jalal sentiva i rumori dei passi delle scimmie che andavano da una parte all’altra degli alberi, poi non senti più nulla.
Il capitano gli tolse la benda, Jalal scrutò il paesaggio e si accorse di essere sull’orlo del cratere del vulcano. Si girò verso il capitano, vide Rain ancora bendata, il capitano le appoggiò la mano sulla schiena e prima che Jalal potesse fare qualcosa per la sua amica il capitano la spinse dentro al cratere. Jalal guardò la sua amica morire, diventare parte del vulcano. Il corpo del ragazzo era diventato fuoco, la rabbia gli scorreva nelle vene e la tristezza era diventata parte di lui.

Ci fu un momento di silenzio quando un temporale si avvicinò, tuoni e fulmini si scagliarono su di loro. Era la Grande tempesta. Un fulmine colpì alla nuca il capitano che morì sul colpo candendo anche lui nel vulcano proprio come sua figlia.

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Il pulsante della mente

di Francesco Pecoraro

Wow, siamo vivi per un pelo!
Per farvi capire meglio devo prima raccontarvi quello che è appena capitato a me e al mio amico. Dimenticavo, mi chiamo Jack e vivo in un piccolo paese del Molise. Ho i capelli e gli occhi castani, sono alto, per la mia età, e ho 12 anni. Sono un ragazzo molto coraggioso, ma quella che sto per raccontarvi è la più grande prova di coraggio che abbia mai affrontato.

Come ogni mattina io e il mio migliore amico Vincenzo ci stavamo incamminando verso la scuola, quando all’improvviso un uomo incappucciato fece lo sgambetto a Vincenzo, facendolo cadere. Quando io mi chinai per soccorrerlo, l’uomo incappucciato ci colpì con una freccetta di tranquillante che ci fece addormentare. Al nostro risveglio eravamo legati ad una sedia, in balia dello stregone Scornayeanky, la persona più temuta della città. Emanava un odore orrendo, per non parlare dei capelli arruffati e pieni di forfora… lasciamo stare i piedi pieni di calli, con le unghie nere e lunghe.

Non vi ho ancora detto, però, che un tempo mio padre era il più potente mago del Molise, ma poi un giorno, ad una gara di magia, si scontrò con Scornayeanky, dopo avergli fatto accidentalmente cadere la pozione che gli avrebbe fatto vincere il concorso. Vinse mio padre, e da quel momento Scornayeanky cerca di fargliela pagare. Ero incatenato, la stanza puzzava di fogna, gli chiesi con tono preoccupato “Cosa vuoi da me?” e lui rispose “D’ora in poi voi sarete le mie cavie!”. Cercammo di urlare e di chiedere aiuto… ma niente da fare.

La prima notte fu un inferno, il corvo mangia uomini di Scornayeanky non la smetteva di gracchiare, ormai dentro di me continuavo a convincermi che sarei morto, non riuscivo a non pensare a mia madre e a mio padre che sicuramente mi stavano cercando a destra e a manca, disperati. Sicuramente pensavano che fossi morto, ero certo che piangevano. Avrei voluto dirgli che stavo bene, e che mi mancavano tanto, ma purtroppo non potevo.

Ad un certo punto mi ricordai di un vecchio trucco che mi aveva insegnato mio padre. Consiste nel focalizzarsi sulla persona che ti ha messo in pericolo o, come in questo caso, che ti tiene in ostaggio e così riuscire a creare come un pulsante di emergenza nella tua mente. Dovevo farlo e premerlo, sperando che mio padre avrebbe percepito il segnale. Era l’unico modo per riuscire ad andarcene via di lì. Per fortuna tutto funzionò come doveva! Vi chiederete: come ha fatto lo stregone a non accorgersene? Facile: Vincenzo lo distrasse, fingendo di star male. Mio padre fece saltare in aria la porta e assistemmo al più bello scontro di magia di sempre.

Un vero scontro tra titani… che mi ha consentito di essere qui oggi a raccontarlo.

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Il castello di ghiaccio di David Jones

di Chiara Immordino

Erano le cinque di pomeriggio quando mio fratello Mike, anche detto Holmes per la sua Astuzia, mi venne a chiamare dicendo che il mio gatto, Balto, era scappato.
Andai subito ad allertare l’altro mio fratello Jack, tre anni più grande di me.

Partirono le spedizioni e dopo due ore ci ritrovammo tutti e tre davanti al castello di ghiaccio: l’abbiamo chiamato così perché è un castello tutto bianco e di giorno riflette la luce del sole sembrando di ghiaccio.
Tutti in paese dicevano che quel castello apparteneva a qualche criminale in cerca di vendetta, anche se io non ho mai creduto a questa storia.
Eravamo davanti al cancello quando sentimmo il miagolio di Balto.

Io ebbi l’idea di scavalcare il cancello ed ero a buon punto quando udii uno sparo. I miei fratelli erano già dentro la proprietà, ma solo io potevo e avevo il tempo di scappare, però decisi di non farlo e raggiunsi i miei fratelli.
Corremmo verso il bosco sapendo che forse qualcuno ci stava inseguendo. Non c’eravamo accorti, però, che eravamo circondati da trappole per orsi.
Tornammo indietro ed entrammo nel castello, pensando che se avessimo spiegato perché eravamo lì ci avrebbero aiutati a trovare Balto.
Appena entrati sentimmo un odore fortissimo di alcol… si soffocava… ma dopo una mezz’ora ci abituammo.
Ci accolse gentilmente un tale signor Montagna, evidentemente si chiamava così perché era molto grasso, oltre ad avere due baffi sottilissimi.

Dopo averci accolto ci portò in un salone, che doveva essere l’atrio, e poi vedemmo lui, David Jones. Lo riconoscemmo al volo, era su tutti i giornali, il ladro più sveglio d’Europa, ricercato in cinque paesi: Francia, Spagna, Italia, Inghilterra e Germania, noi però siamo in Svizzera, paese autonomo al cui governo non importa degli altri stati.
Io dissi ai miei fratelli di fare finta di niente, ma mio fratello Holmes si accorse di una piccola porticina situata dietro una statua imponente: forse quella porticina poteva portare fuori! Il silenzio si ruppe quando il criminale ci disse: “Scusatemi tanto per lo sparo di prima, pensavo foste ladri, ma la mia domanda è: cosa ci fate qui, mocciosetti?”
Io risposi con un’aria molto sbrigativa: “Il nostro gatto è scappato e abbiamo sentito un miagolio proveniente da qui”.

Lui fece un cenno con la testa e chiamò un’altra persona urlando “Elfo!!”: costui era magro e alto, con delle orecchie da elfo. Poi prese una pistola e sparò ai nostri piedi, provocando un buco nel pavimento di legno, e disse: “Il fatto è che siete capitati nel luogo sbagliato nel momento sbagliato, per esempio se capitavate domani non vi sarebbe successo niente perché io non ci sarei stato, ma parliamoci come due amici che si dicono la verità, io sono il criminale più ricercato di questi tempi e se io vi lasciassi andare voi andreste dalla polizia e rivelereste la mia posizione, e la Svizzera ci farebbe un bel po’ di soldi consegnandomi ad altre nazioni… intesi? Quindi la mia unica scelta è quella di farvi fuori. Elfo, Montagna… occupatevi voi di loro!”

I due ci circondarono: noi eravamo in tre, ma con una ragazza di tredici anni che inciampava nel suo stesso vestito, un ragazzino di dieci anni e uno di quindici… Non c’era partita. Ci rinchiusero in una cella dicendoci che sarebbero tornati a breve.
Io iniziai a dire ripetutamente che eravamo spacciati quando mio fratello Holmes mi zittì e ci disse che potevamo ancora uscire. Jake notò che io potevo liberarmi perché, anche se ero legata con delle catene, ero molto magra e con un po’ di sforzo potevo farcela.
Appena mi liberai mi misi a forzare i cardini della porta, mi ricordo che avevo un sott’abito bianco che sporcai tutto di fango… ma comunque, come stavo dicendo, avevo forzato i cardini ed ero riuscita ad aprire la porta, vidi subito un piede di porco che usai per liberare dalle catene i miei fratelli. Uscimmo tutti da quella lurida cella e vedemmo un piccione, io sinceramente non avevo ritenuto che quel dettaglio fosse di una importante rilevanza, ma Holmes si.
“C’è un piccione: se è qui sarà entrato da una finestra, presto cerchiamo!”
La trovai subito, era nella cella affianco alla nostra, non era una e vera propria finestra. Era più una grata.
Prendemmo il piede di porco e cercammo di rompere le sbarre, ma non ci riuscimmo. Corremmo verso altre celle e ad un certo punto vedemmo una porta e la aprimmo.

Eravamo di nuovo in salone, quindi la porta che aveva visto mio fratello portava alle celle, anche se quando Montagna ed Elfo ci avevano rinchiusi eravamo passati da un’altra porta. Si accorsero di noi quando eravamo già nel bosco… iniziò a sparare contro di noi, ma noi correndo a perdifiato riuscimmo a scappare e a andare in paese, alla stazione di polizia. I poliziotti all’inizio non ci credettero, ma poi quando videro le nostre facce serie serie andarono a controllare e beccarono il caro vecchio Jones con le valigie in mano che se ne stava scappando in chissà quale paese.

I nostri genitori ci sgridarono e ci misero in punizione a pulire le strade del paese, riguardo a Balto il giorno dopo si presentò a casa sporco di sangue e con una piuma di piccione incastrata fra gli artigli.

I nostri racconti · Parole

Finn l’avventuriero

di Lorenzo Bergamaschi

C’era una volta, in una galassia lontana lontana, un avventuriero di nome Finn.

Da giorni ormai si era perso in una vastissima foresta del pianeta X41: Finn era su questo pianeta con un gruppo di scienziati. Il pianeta era uno dei più piccoli mai scoperti, non aveva né montagne né deserti. C’era però il mare con acque paludose, il resto del territorio era costituito dalla foresta. Non era ancora stato esplorato tutto, ma sembrava che ci potessero vivere anche forme di vita animali. Quando finalmente Finn riuscì a ritrovare la strada per il campo base, si accorse che era stato tutto distrutto e che gli scienziati erano spariti. Lui si spaventò molto, ma prese un po’ di scorte di cibo e di coraggio, un fucile al plasma e iniziò la ricerca dei suoi colleghi.

Si addentrò di nuovo nella foresta e, trascorso un po’ di tempo, si inoltrò in una caverna. All’entrata c’era uno scienziato in fin di vita, Finn provò subito a soccorrerlo ma ormai era troppo tardi, lo scienziato non aveva più un braccio e aveva un grave taglio sul bacino, ma fece in tempo a dire a Finn: «Finn, siamo stati assaliti da un gruppo di esseri feroci, ma io sono riuscito a scappare…» «Dove sono gli altri?»
«Sono stati trascinati verso Nord…» queste furono le sue ultime parole.
A quel punto Finn prese una bussola dalla tasca dello scienziato morto e si diresse verso Nord, finché non sentì delle urla umane. Vide i suoi colleghi appesi a testa in giù. Aspettò la notte perché non poteva permettersi di farsi vedere, ma poi al buio con il suo fucile al plasma uccise uno ad uno gli alieni finché non venne visto e inseguito da tre di loro.

Si nascose in una buca e attese che si allontanassero, quando non sentì più i passi uscì e corse a liberare gli altri. Una volta slegati tutti, corsero insieme più veloci che poterono verso l’astronave, misero in moto e scapparono da quel pianeta a tutta birra!
Questa avventura non portò a nuove scoperte scientifiche ma Finn scoprì di essere più in gamba di quanto credesse.

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L’orologio misterioso

di Viola Ambrogetti

Ciao, io sono Viola, ho 18 anni e vivo a Falletti, un piccolo paesino del Piemonte. Frequento l’ultimo anno del liceo artistico. 
Quando ero piccola, ogni pomeriggio io e miei migliori amici andavamo da mia nonna e ci facevamo  raccontare le sue storie. 
I miei migliori amici erano e ancora sono: Giulia la furba, Andrea l’ingegnoso, che sa costruire  qualunque cosa, Rita la coraggiosa. 
Le storie di mia nonna raccontavano la sua vita da bambina; tra tutte, una è sempre stata la mia  preferita: 

Da bambina mio padre mi portava al parco per cercare i tesori sotterrati da tempo, oppure oggetti  caduti dalle tasche dei ricchi signori. A undici anni mio padre mi regalò un piccolo orologio da  taschino e mi disse che però non avrebbe potuto darmelo perché era stato nascosto nella Foresta  nebbiosa di Mindo-Nambillo, situata in Ecuador. Non ebbi mai il coraggio di andare a recuperarlo.  Sarebbe così bello se qualcuno ci riuscisse… magari voi… ma chissà quanti ostacoli potreste  incontrare!”. 

Così, un pomeriggio, noi ci radunammo nella casa sull’albero che avevamo costruito l’estate prima e  organizzammo un piano per andare a recuperare l’orologio. Prendere un normale aereo con biglietto  di prima classe sarebbe stato troppo semplice, allora decidemmo di costruirne uno.  Andrea disegnò il progetto con l’aiuto di un ingegnere, io Rita e Giulia ci procurammo i materiali. 

Ecco il progetto:

Una volta trovati i materiali, ci facemmo aiutare a costruire l’aereo. 

Un mese dopo l’areo era pronto, ma non potevamo partire così, di punto in bianco; allora andammo  a prendere qualcosa da mangiare. 
Poi ci informammo sul percorso da fare.  
Poi un giorno, emozionatissima, andai a mettere la tenda, i materassini e i bagagli in aereo.  Era appena stato fatto l’ultimo volo di prova. Verso le 15:30 salimmo in aereo e partimmo, guidando  a turni. Dopo cinque ore di viaggio ci fermammo a Madrid per una pausa; ci facemmo ospitare per la  notte da uno zio di Giulia. Il giorno dopo ripartimmo, e dopo molte ore di volo atterrammo in Ecuador  in una spiaggia deserta (o quasi), prendemmo gli zaini con quello che avevamo portato e ci  incamminammo. 

Dopo qualche minuto di silenzio uscirono da dei cespugli dei pirati, erano alcuni alti altri bassi,  avevano le spade nei foderi, ci guardarono per un momento e poi urlarono e si misero a inseguirci.  Iniziammo a correre… ci stavano raggiungendo, dovevamo trovare al più presto una soluzione!  Ad un tratto Rita deviò, noi d’istinto la seguimmo, ad un certo punto saltò, non capivamo più nulla,  senza Rita eravamo persi e allora saltammo anche noi… Il buco in cui ci buttammo era stretto e  umido, chiusi gli occhi: quella caduta mi sembrò infinita. Atterrai su qualcosa di morbido, ma  umidiccio, aprii gli occhi e vidi Rita seduta su un praticello verde cinabro davanti a me, poi guardai  dietro e vidi anche Andrea e Giulia: eravamo tutti salvi. Dopo qualche secondo di silenzio sentimmo  i passi dei pirati allontanarsi lentamente.  

“Cosa facciamo questa notte?” chiese Andrea. 
“Dormiremo qui, faremo i turni per stare di guardia” rispose Giulia.  
Poi ringraziammo Rita, e montammo la tenda.  
Mentre mangiavamo chiedemmo a Rita come facesse a sapere del buco, e lei rispose: “L’ho visto da  lontano, non sapevo dove saremmo caduti, ma ci ho provato o ci avrebbero presi.”  “Sei stata bravissima, grazie ancora!” aggiunsi che dovevamo decidere il tragitto da fare e gli altri  annuirono; tracciammo il percorso su una cartina, cenammo e andammo a dormire. Il giorno dopo ci incamminammo verso la parte più fitta della foresta, dopo tre ore di cammino chiesi:  “Ma perché stiamo facendo tutto questo?”. L’unica risposta che ricevetti fu “Non lo so, ma penso che  lo scopriremo entrando qui…” allora alzai lo sguardo e vidi una grande grotta.  Tirai fuori dallo zaino quattro torce e dissi: “Andrea e Rita rimanete qui, Giulia ed io ci  arrampicheremo sulla grotta per vedere se, o sopra o dietro, c’è una via d’uscita, se arrivano i pirati  di ieri scappate, noi sappiamo già dove nasconderci”.  

Poi tirai fuori quattro walkie-talkie e li consegnai ai miei compagni: “Noi andiamo, a dopo!” Giulia  ed io salimmo sulla grotta e vedemmo varie uscite, allora tornammo indietro ed entrammo tutti  insieme. 
All’interno era buia, umida, fredda e le nostre voci rimbombavano nell’oscurità. Ad un certo punto  vedemmo una luce, allora ci mettemmo a correre, ma scivolai e caddi proprio sopra ad uno strano  pulsante di pietra. Partirono frecce a destra e a sinistra, c’era un piccolo cunicolo e dissi “Di là!”: loro  si rifugiarono velocemente nel cunicolo, io feci lo stesso. Dopo qualche minuto, le frecce si  fermarono. Uscii dal cunicolo, andai verso un piedistallo di pietra bagnata e vidi un piccolo orologio  da taschino posto dentro un piccolo baule aperto. Potete immaginare l’emozione? 

“Uscite dal buco e aspettatemi” dissi, presi il baule e incitai i miei compagni ad andarsene: ci  incamminammo verso l’uscita. 
Erano le dieci di sera quando uscimmo, fuori dalla grotta camminammo per una decina di metri e  trovammo una radura, montammo le tende e ci mettemmo a dormire.  

Qualche giorno dopo fummo di nuovo a casa. Portammo l’orologio a mia nonna che era felicissima. Ci ringraziò e ci fece dormire tutti a casa sua.

Ragazzi, che avventura fantastica!