Storie di sport

Bebe Vio, la nostra campionessa!

Bebe Vio è conosciuta come la campionessa paralimpica della scherma, in tutta la sua vita ha vinto cinquantatre ori, nove argenti e sette bronzi. 

Nata a Venezia il 4 marzo 1997, all’età di circa undici anni è colpita da una meningite fulminante che le causa un’estesa infezione che rende necessaria l’amputazione delle gambe e degli avambracci. Dopo tre mesi in ospedale riprende subito la scuola, e inizia anche dei percorsi di riabilitazione presso Bologna per continuare la sua passione la scherma, dove è molto dotata fin da piccola.

Il suo primo oro lo vinse all’età di soli diciannove anni alle paralimpiadi di Rio De Janeiro nel 2016, dove alla fine delle paralimpiadi fece la porta bandiera. Nel 2017 conduce un programma televisivo La vita è una figata e posa per la fotografa Anne Geddes. Nel 2018 le viene conferito alla Camera dei deputati il Premio America della Fondazione Italia USA; nello stesso anno recita come doppiatrice nel film Gli Incredibili 2, e le viene dedicata una Barbie direttamente dalla Mattel (azienda molto importante nel settore dei giocattoli).

Quest’anno invece ha vinto alla paralimpiadi di Tokyo un argento e un oro, battendo una campionessa cinese 15-9.

Andrea Sofia Boscarello

Storie di sport

Ray, l’uomo molla

Di Ruben Chiommino e Domenico Traversi

Questa è la storia di un ragazzino di nome Ray, che abitava in una cittadina di nome Lafayette.

Un giorno dell’ottobre 1885 arrivò a casa di Ray un medico che voleva parlare a sua madre della brutta malattia che aveva colpito il figlio. Si trattava di una malattia incurabile. Era da un bel po’ che Ray stava sdraiato sul letto per un’influenza cattiva che colpiva le gambe e non solo quello: le gambe gli si allungarono di ben 20 centimetri, erano dei veri e propri trampoli. Ascoltare le parole del dottor Pollack fece piangere sia lui che sua madre. Non avrebbe mai più potuto camminare. Ad un certo punto Ray sentì una mano che gli toccava la spalla: era Cat, un suo amico importantissimo che gli aveva insegnato tutto nella vita, una persona molto silenziosa ma che era a modo suo affettuosa. Come lo aveva aiutato prima lo aiutò ancora: lo aiutò a riiniziare a saltare. Gli mise una corda davanti e gli disse di provare a saltarla. I giorni passavano, la corda era sempre più alta e lui sempre più bravo. Non sapeva correre veloce, a malapena sapeva camminare, ma in compenso quando saltava sembrava che avesse le molle sotto i piedi e nessuno sapeva spiegare il perché, neanche il dottor Pollack. A scuola nelle gare di salto da fermo non aveva nessun rivale. Era un ottimo studente e a diciott’anni si iscrisse all’ università di Purdue. Molti dicevano che si doveva iscrivere alle olimpiadi. Lui disse che era molto impegnato con gli studi di ingegneria idraulica e che non voleva distrarsi. Dopo aver concluso gli studi e aver preso la laurea trovò lavoro a New York e si trasferì lì. Ogni tanto tornava a casa, e un giorno di quelli sua madre gli sorrise in modo malinconico. Cat era scomparso da una settimana, e l’ultima persona che l’aveva avvistato aveva detto che era entrato nel bosco. Ray il giorno dopo tornò a casa e si iscrisse al New York Athletic Club: voleva andare alle olimpiadi di Parigi che si sarebbero svolte nel 1900. Quando arrivò lì, più che gare olimpioniche sembrava una festa di paese: c’erano incontri di tutti i tipi, da incontri di bocce a incontri di addestramento al piccione.

Raymond Clarence Ewry: i giornalisti lo notarono e lo chiamarono uomo molla. Ray non deluse le aspettative: saltò 3 Metri e 21 centimetri nel lungo, e vinse. Migliorò per due volte il record mondiale. In quell’anno vinse tre medaglie d’oro.

La gente gli saltò addosso per festeggiarlo e lui tra la folla ebbe per un attimo l’impressione di vedere per un attimo una sagoma che si dirigeva verso il bosco. Era lui, Cat.