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SAPETE COSA SIGNIFICA RESTARE DA SOLI NEL BOSCO?

Di Bianca Baratto

Diario, escursione di venerdì 10 luglio 2020

Sapete cos’è restare soli nel bosco? No, non si sa finché non si prova.
Ci troviamo sull’appennino Tosco – Emiliano (in Toscana). Un’escursione come tante. La nostra meta è la croce di legno del Monte Cinollo, un po’ prima del Prato del Ferro.
Ci siamo incamminati. Io e i miei genitori avanzavamo sul sentiero assolato. Mio papà (che si intende molto di tragitti di montagna e ne scopre sempre di nuovi) consultando la mappa aveva scoperto che si potevano fare molte scorciatoie per evitare pezzi al sole. Poco dopo la partenza, abbiamo visto un sentierino piuttosto ripido che saliva molto più in su rispetto al sentiero principale. Era una valida possibilità di evitare il pezzo iniziale molto assolato. Io e mio papà ci siamo inerpicati sul sentierino. Mia mamma, che è un po’ fifona, ha preferito proseguire sul sentiero principale.
Sali, sali, sali. Sali, sali, sali. Stavamo salendo molto. Troppo, forse. Siamo arrivati in un bellissimo castagneto. Era un posto da sogno. C’erano anche dei funghi. Velenosi, probabilmente.
Non si poteva tornare giù, eravamo saliti troppo. Non vedevamo più il sentiero e non sentivamo più la mamma. Allora qual era la cosa più logica da fare, considerando che non c’era campo e che comunque mia mamma non ha il cellulare? Chiamarla a voce: “Maria! MARIA!”, oppure: “Mamma! MAMMA!”.
Non rispondeva. L’avevamo persa.
Mio padre ha assunto l’espressione di chi ha appena mangiato qualcosa di schifoso, tipo delle larve al pesto. Io sono rimasta calma, e, molto pacatamente, gli ho fatto notare un fungo grigio-marroncino molto grande.
Lui voleva andare avanti a vedere com’era il sentiero, ma io gli ho detto che era meglio di no, se no ci perdevamo a vicenda anche noi due. Così siamo andati assieme. Il sentiero era percorribile, e siamo saliti ancora, continuando a chiamare la mamma, che non rispondeva.
Il sentiero si faceva sempre più impervio: era stretto, scosceso, con rami caduti e foglie scivolose, ma si poteva ancora avanzare. A un certo punto siamo arrivati davanti a un tronco caduto. “Cosa facciamo?” ho chiesto a mio padre. Lui, che era qualche metro più indietro di me, mi ha chiesto: “Si riesce a scavalcarlo?”
“Sì, si dovrebbe riuscire…” gli ho risposto io. Ci ho provato e ce l’ho fatta, come anche lui. Dopo un po’ siamo arrivati a una discesa. Abbiamo esultato: era quella che si ricongiungeva al sentiero principale!
Ma la mamma non c’era. Abbiamo pensato che doveva essere più indietro, visto che noi avevamo fatto la scorciatoia. Così mio papà mi ha detto di restare lì all’ombra e che lui sarebbe tornato indietro a cercarla. Io ho protestato dicendo che ad aspettare e basta ero inutile. Ma lui mi ha spiegato di no, perché nell’eventualità che la mamma fosse stata avanti e fosse tornata indietro a cercarci, doveva esserci una persona ad aspettarla, quindi non ho più protestato. È partito lasciandomi il suo zaino, il bastone e la borraccia, così sono stata venti minuti da sola nel bosco. Sono stati venti minuti in cui ho avuto paura, ma sono stata anche felice: è stata un’esperienza mozzafiato!
Pochi minuti dopo che mio papà se ne era andato, ho deciso di costruire due piccoli “omini” (una pila di sassi; spesso l’omino si usa per indicare la strada giusta alle persone che passano sul sentiero) nel caso in cui non mi avessero più trovata, ipotesi alquanto inverosimile, ma non si sapeva mai.
Vista e udito erano al massimo, concentrati su ogni singola foglia in movimento e ogni singolo, infinitesimo fruscìo. Ero seduta all’ombra, quando mi sono alzata di botto. Avevo sentito un rumore più forte degli altri. Ho preso il bastone, all’erta, in caso uscisse un cinghiale dal fitto del bosco. Non ne sono arrivati, per fortuna. Ho fatto un gran respiro e poi ho chiamato la mamma. Non ha risposto. L’ho chiamata altre volte. Niente.
Meno male che in quei giorni stavo leggendo Harry Potter: ho concentrato i miei pensieri su di lui e sugli altri personaggi della saga, e così mi sono distratta dalla paura. Ho pensato a Luna Lovegood, sempre un po’ svampita, ho pensato a Harry, a Ron, a Hermione e agli altri. Poi ho chiamato di nuovo. Niente.
Come avrei voluto avere qualcuno con cui chiacchierare! Poi mi sono ricordata di non essere sola: c’era Cernunnos, il dio dei boschi e delle montagne.
Dopo qualche minuto è passata un fuoristrada grigio con su due uomini. Uno fumava un sigaro. Quella presenza umana durata un istante ha saputo riempirmi di nuovo di speranza. Ho chiamato di nuovo la mamma. Mi è sembrato di udire una flebile voce di rimando. L’ho chiamata di nuovo. Ancora quella voce lontana. Un terzo richiamo e… Mi ha risposto il papà! L’aveva trovata!
Dopo un minuto è arrivato di corsa, precedendo la mamma, e senza volerlo ha distrutto i miei omini. Ho preso uno dei sassi che li componevano. Era luccicante. Me lo sono messo in tasca e ho deciso di usarlo per il mio Giardino Zen.
Il Giardino Zen è una composizione formata da sabbia, 34 sassi di dimensioni variabili, una candelina e un piccolo rastrello. Si può comprare oppure fare con dei sassi e della sabbia presi in un posto per noi significativo. Io ho deciso di farmelo. La sabbia rappresenta l’acqua, visto che è raccolta in spiaggia, i sassi la terra, la candelina il fuoco e il tutto l’aria. Serve per ragionare sugli scopi che si vorrebbero raggiungere.
Io non l’ho ancora finito, ma quando il Coronavirus non ci sarà più vorrei completarlo e meditare sui miei obiettivi: iscrivermi a un corso di pallamano e al Gruppo Alpes del CAI di Milano per fare tante gite in montagna.

Parole · Portatori di memoria

Sant’Anna di Stazzema, per non dimenticare

Bianca Baratto  

SANT’ANNA DI STAZZEMA: 12 AGOSTO 1944

Sant’Anna è una frazione di Stazzema, un comune toscano in provincia di Lucca. Il 12 agosto del 1944, durante la Seconda guerra mondiale, i tedeschi penetrarono nel borgo e uccisero tutti gli abitanti e i moltissimi sfollati che si trovavano lì. Molti, prima di morire, vennero torturati. Tanti uomini erano fuggiti, o a combattere, o a nascondersi; le donne e i bambini, invece, erano rimasti lì. I tedeschi non risparmiarono nessuno. Ogni anno, il 12 agosto, si commemora questo crudele episodio per ricordare tante persone uccise senza colpa dai nazifascisti.

A Sant’Anna di Stazzema, camminando per pochi minuti lievemente in salita, si possono raggiungere una lapide e un monumento commemorativo. Lungo il cammino si possono osservare delle piccole stazioni con dei bassorilievi, due per stazione. In uno è rappresentata una scena delle sofferenze di Gesù quando dovette portare la croce, la seconda rappresenta una tortura dei tedeschi paragonata all’episodio biblico. 

Sulla lapide si possono leggere tutti i nomi delle persone uccise e per alcune anche la rispettiva età. La vittima più giovane fu una bambina di venti giorni, Anna Pardini.

L’anno scorso, un artista di nome Gianni Moretti ha costruito 27 mila cardi metallici, calcolando più o meno i giorni che questa bambina non ha potuto vivere: un cardo per giorno. I cardi hanno una capocchia rotonda dorata e uno stelo con foglie di metallo. Il tutto termina con una punta tipo picchetto. Recandosi alla sede del Comune di Milano nell’autunno del 2019, si poteva prenderne uno o più a testa: erano disposti in cerchio nel cortile di Palazzo Marino. Chi li aveva presi doveva impegnarsi a piantarli entro il 12 agosto con l’aiuto di un martello nel punto che preferiva lungo il sentiero nel bosco che da Sant’Anna porta fino a Culla, un’altra frazione di Stazzema. 

La gente è stata molto creativa: ce ne sono piantati in cavità di alberi, in buchi nelle rocce e sul sentiero. Alcuni hanno perfino l’iniziale del nome di chi l’ha piantato. L’obiettivo di questo artista è che riflettano la luce del sole. 

Parole · Un blog per amico - tutorial

La pastiera, una torta di famiglia

Mia mamma dice che esiste una ricetta per la pastiera per ogni famiglia campana. Questa è la ricetta di mamma, cioè della nostra famiglia.

La pastiera è composta da un guscio di pasta frolla e un ripieno a base di ricotta e grano cotto. Ed il gusto cambia molto a seconda dei profumi che si usano. Mamma usa questi, ma diremo “quanto basta”, perché la quantità dipende dai gusti.

Ingredienti

Frolla:

due tuorli e un uovo intero, 500 g di farina 00, 250 g burro o strutto,200 g zucchero, un pizzico di sale, scorza di limone grattugiata qb

Ripieno:

1 barattolo di grano cotto

1 cucchiaio di burro o strutto

2 dl di latte

800 g ricotta di pecora

700 g zucchero

7 uova interi e 3 tuorli

Arancia e cedro canditi, una confezione

1 fiala di aroma di fior d’arancio

Cannella qb

Scorza di Limone e/o arancia grattugiata qb

Zucchero a velo per decorare

Impastare gli ingredienti della frolla, lavorare il meno possibile e mettere in frigo a rassodare.

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In un pentolino versare il grano, il latte e il burro fino ad ottenere un composto omogeneo e cremoso. Raffreddare.Versare in un recipiente capiente uova, ricotta e zucchero e frullare. Aggiungere poi tutti gli altri ingredienti, compreso il grano raffreddato.

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Stendere la frolla, versare il ripieno, ed infine coprire con della strisce di frolla a formare una griglia a maglie larghe.

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In forno a 180 gradi per 40 minuti. Ma ognuno conosce il proprio forno… la frolla dev’essere cotta.

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Una volta fredda cospargere di zucchero a velo.

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Parole · Portatori di memoria

Pom

Andrea Braglia, portatore di memoria 

La storia che vi racconto oggi mi è stata detta da mia nonna che li è stata raccontata da sua madre perché lei era troppo piccola. Il racconto si svolge circa nel 1945  in una frazione del comune di Bomporto in provincia di Modena di nome Solara lì viveva mia nonna con tutta la sua famiglia. In  quel periodo il paese era stato occupato dai Tedeschi e c’era un soldato Tedesco che aveva legato molto con i cittadini di Solara, sopratutto con i miei bisnonni. La sera, molte volte, dopo aver finito il suo turno, senza farsi vedere, veniva di fronte a casa dei genitori di mia nonna, bussava alla porta e loro dicevano ‘chi è?’ e lui rispondeva ‘ sono Pom’, che in dialetto significa mela. Quel nomignolo  lo utilizzavano come nome in codice, così i miei bisnonni capivano che era lui e lo facevano entrare.

Quando veniva  a casa dei miei bisnonni a mangiare o a fare una chiacchierata, tutti insieme si divertivano molto e per lui erano come fossero la sua famiglia in Italia, perché lui aveva già una famiglia in Germania, una moglie e dei figli e gli mancavano, ma gli piaceva stare qui.

Un giorno Pom è entrato velocemente in casa dei nonni di mio padre piangendo. Il motivo perché stava piangendo era che gli ufficiali Tedeschi gli avevano ordinato, prima di ritirarsi, poiché stavano per arrivare gli Alleati di bruciare Solara, ma lui disse ai miei bisnonni che non avrebbe mai incendiato il paese e così Solara si salvò. Qualche giorno dopo al mio bisnonno  dissero che Pom era stato ucciso per non aver eseguito l’ordine. Quel giorno fu molto triste per tutto il paese. POM verrà sempre ricordato come una persona umile

Parole · Portatori di memoria

Una scelta di vita

Alfredo Coccia, portatore di memoria

Mia nonna è nata a Genova, il 23 marzo del 1935. La memoria che voglio raccontare inizia quando a 15 anni visitò il centro  Don Orione a Genova . Era istituto creato per i bambini orfani o  abbandonati dalla famiglia. Quello che vide  la colpì profondamente. C’erano bambini chiusi in gabbie o costretti e legati  nel letto. Bambini malati non solo nel corpo ma anche nella mente.  Urla e tanto dolore. Si ricorda ancora di una bambina, a distanza di tantissimi anni.

Passano gli anni e ci catapultiamo nel 1968, durante i movimenti studenteschi, lei si trovava  a Parigi per studiare psicologia nell’età infantile. Quella Bambina del Don Orione l’aveva spinta fino all’università. A Parigi si discuteva molto dei manicomi, di istituti chiusi dove la  “pazzia” o malattia mentale era da isolare, recludere e nascondere. Mia nonna si avvicinò con convinzione al movimento della psichiatria che sosteneva la chiusura dei manicomi e di impostare un nuovo modo di lavorare con i pazienti malati di mente. I pazienti non erano oggetti da costringere o aggiustare con farmaci, ma persone da ascoltare, capire e non da nascondere. Da Parigi si spostò a Trieste, li incontrò Franco Basaglia. Iniziò a fare volontariato nell’ospedale psichiatrico di Trieste, si occupava dei laboratori di disegno e arte con i ragazzi e adulti della clinica. Ha sempre definito le persone “diverse” , non diverse ma “gioielli da scoprire”.  Da tutte queste esperienze, ha deciso di  dedicarsi al settore della psicologia e ancora oggi, a 85 anni, ci lavora ancora.

Il suo approccio testardo e determinato, convinto che la generalizzazione sia un grande difetto, la guida oltre che sul lavoro anche nei viaggi che fa sull’Himalaya per  aiutare le bambine nepalesi e tibetane, escluse dalle scuole,  sempre alla ricerca di “gioielli da scoprire”.

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Donnie Darko-film della settimana

Articolo di Niccolò Cannarozzo


Genere:Fantastico/ Fantascientifico/thriller/drammatico
Data di uscita:2001
Regista:Richard Kelly
Distribuzione in italiano:Moviemax Attori: Jake Gyllenhaal, Jena Malone
Trama: Siamo negli anni ’80 e Donnie Darko è un ragazzo in crisi esistenziale, che soffre di schizofrenia e sonnambulismo. Una notte scampa alla morte perchè un coniglio antropomorfo, Frank, lo conduce fuori casa, dove invece precipita il motore di un aereo. Frank gli annuncia la data molto prossima della fine del mondo. Da questo annuncio il film si sviluppa fino alla sorprendente conclusione finale.
Commento Personale: Film Cult, molto bello, difficile da capire ma che fa riflettere.

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RECENSIONE ATYPICAL

Articolo di Irene Brambille e Alfredo Coccia


Atypical è una serie Netflix composta da tre stagioni di circa dieci episodi, ognuno di circa mezz’ora. La serie parla di un ragazzo autistico di nome Sam amante dei pinguini e dell’antartide che, a diciott’anni, decide di trovarsi una ragazza. Sostenuto dall’amico Zahid, esperto di ragazze, si butterà a capofitto in questa storia, mettendo un po’ a subbuglio la famiglia. Sua madre è iperprotettiva, come se non volesse che il figlio cresca. Inoltre tradisce il marito con un barista e la sua vita precipita in un abisso. Il mio personaggio preferito è la sorella di Sam: Casey, un’atleta brava a tal punto che verrà selezionata da una scuola di lusso. Casey ha un rapporto molto bello con il fratello anche se spesso si comporta male con lui. La serie tratta ovviamente l’autismo, ma molto meno di quanto ci si possa immaginare; parla anche delle conseguenze terribili delle bugie, le quali sono davvero presenti nella serie. Una cosa bella di questa serie è che guardandola ti senti a tuo agio, forse per la credibilità del tutto. L’attore che interpreta Sam è davvero bravo, anche perchè per entrare meglio nella parte ha letto molti libri sull’autismo. Insomma, questa serie è molto bella, forse all’inizio un po’ noiosa ma si fa avvincente dopo poche puntate, e non riesci più a staccarti dallo schermo. Aspettiamo la quarta stagione, che uscirà nel 2021.